Articolo pubblicato su leccoonline il 26 gennaio 2018

“Se fossimo rimasti più a lungo sarebbe stato poi più difficile venire via. Avremmo avvertito maggiormente il senso di colpa nell’andare e lasciare loro lì dentro”. Ha indubbiamente “segnato” e non poco gli alunni della classe 4^A SUE (Liceo economico-sociale) l’esperienza vissuta mercoledì mattina all’interno del carcere di Bollate.

I ragazzi fuori dal Carcere di Bollate con Luisa Colombo e le professoresse Anna Maria Muschitiello, Valeria Cattaneo e Patrizia Borsani

Le sbarre presenti ovunque, gli ambienti chiusi (“una ragazza si è sentita male perché sembrava davvero mancare l’aria”), il venire a sapere che anche la detenzione ha un costo (“si paga una quota mensile di circa 100 euro, nessuno lo immaginava”), il realizzare che alla fine i condannati hanno una loro sensibilità nonchè una loro capacità di stringere rapporti di amicizia e di rispetto che “dentro” hanno un peso diverso rispetto a “fuori”, il leggere la “sofferenza nei loro occhi”, il sentirli parlare delle loro famiglie lontane da tempo, da anni: questi e tanti altri i “dettagli” che hanno impressionato i giovani studenti, coinvolti nel progetto “Crescere a arte nella legalità”, diramazione dell’iniziativa “Oltre le sbarre, arteterapia in carcere” finanziata dal Centro Studi Parlamento della Legalità di Milano e portata avanti da quattro anni presso la struttura carceraria meneghina dalla malgratese Luisa Colombo che, negli ultimi mesi, ha seguito percorsi analoghi a quelli proposti ai ragazzi dell’Istituto superiore lecchese anche con altre 7 classi di scuole secondarie di primo e secondo grado di Cologno Monzese e Monza.

Luisa Colombo, le professoresse Valeria Cattaneo e Rosa Bisanti (referenti per il CPL)
e le studentesse di 4^A SUE Camilla Bricocoli, Benedetta Bonacina e Kristjana Bixheku

“Il Bertacchi è la prima realtà del nostro territorio che segue il progetto completo, totalmente gratuito perché ho scelto di autofinanziare il tutto per i giovani del Liceo sociale. A incontri in Aula per circa 20 ore ha fatto seguito l’uscita a Bollate, considerato un carcere a 5 stelle ma pur sempre un carcere, dove ti viene tolto tutto a cominciare dal contatto con l’esterno e si deve sottostare a regole precise, chiedendo il permesso per fare qualsiasi cosa. Credo che per questi ragazzi sia stata un’esperienza importante, a livello umano” ha spiegato l’arteterapeuta, ricordando come il percorso abbia una duplice finalità.

La prima rieducativa e di reinserimento per i detenuti, tutti già arrivati alla boa di metà pena e pronti a mettere il loro vissuto a disposizione degli alunni. La seconda, proprio per gli studenti, di carattere preventivo, mostrando loro quelle che potrebbero essere le conseguenze delle loro azioni attraverso l’esempio di chi ha già commesso errori. Il tutto per il tramite dell’espressione artistica che diventa dunque mezzo per raggiungere obiettivi come il rispetto delle regole, di sé stessi e degli altri oltre alla convivenza civile. Nel corso della prima “lezione” sono così state colorate delle mattonelle, caricate di significato.


La seconda è stata invece una full immersion nella piaga della droga, con il tema affrontato direttamente da chi sta scontando condanne di spessore per reati legati proprio allo smercio di stupefacente. Ne corso del terzo appuntamento, si è lavorato sulla conoscenza di sé fino ad arrivare poi a varcare la soglia del carcere di Bollate, con la visita etichettata come “il fiore all’occhiello del percorso” da Luisa Colombo.

“Lì ho capito che anche le cose che si danno per scontato non lo sono” ha spiegato una studentessa. “Non mi aspettavo tanta affinità con loro. Si pensa siano diversi da noi” ha detto una compagna in riferimento ai carcerati incontrati, persone “che vogliono essere viste come tali, come essere umani, e non come il reato che hanno commesso”. Frasi dense di significato come i libretti prodotti nella mattinata trascorsa, per scelta, dietro le sbarre.