ARTICOLO PUBBLICATO SU LECCO ON LINE

È possibile immaginare una giustizia che si prenda cura di tutte le parti: vittime, rei e comunità? Una giustizia capace di proporre progetti esigenti, in grado di promuovere la responsabilizzazione e la riparazione da parte dei rei verso le vittime e la comunità? E al contempo capace di mantenerli inclusi nella compagine sociale a garanzia della sua tenuta in sicurezza e dell’ordine sociale? Una giustizia capace di accogliere, ascoltare, riconoscere i bisogni delle vittime offrendo loro le opportunità per andare oltre l’esperienza di vittimizzazione? E anche capace di coinvolgere la comunità nella costruzione di percorsi impegnativi che ricostruiscano il legame fiduciario spezzato attraverso una prossimità che promuova responsabilizzazione e riparazione?

Sono queste le domande che – ancora prima delle risposte – saranno per i prossimi dieci giorni spunto di riflessione e approfondimento a Lecco.  Il Comune, insieme a un’ampia rete di soggetti della società civile, istituzioni, enti, associazioni e realtà sociali, ha aderito infatti all’iniziativa della Caritas Decanale e della Caritas Ambrosiana per allestire in città, da oggi fino al 6 aprile, all’interno del palazzo comunale, la mostra APAC e l’installazione Extrema Ratio, all’interno del progetto “Diamoci un’altra chance: quale giustizia?”.
Anima della proposta, pur rifuggendo tale “alto” capello, è don Marco Tenderini, responsabile della Caritas lecchese, già cappellano del carcere di Monza e – tra le altre cose – ad oggi aiutante di don Mario Proserpio tra le mura della casa circondariale di Pescarenico. “Mettiamo la giustizia al centro dell’attenzione in un tempo in cui il vento va in una certa direzione, tra più carceri e carcerazioni e più giustizia fai da te (in riferimento anche a quanto approvato anche sulla legittima difesa). Se si vuole una giustizia con tutti e per tutti occorre battere altre strade” ha detto il sacerdote, parte del Tavolo della giustizia riparativa di Lecco.
“Abbiamo aderito e ospitiamo con piacere in municipio questo progetto perché riteniamo importante accendere un riflettore su temi complessi e che necessitano di particolare attenzione e approfondimento, come la giustizia, le condizioni di detenzione, la rieducazione dei carcerati – ha sottolineato anche l’assessore alla cultura del Comune di Lecco Simona Piazza – I visitatori, attraverso la mostra APAC e l’installazione Extrema Ratio allestite nel cortile del palazzo comunale, potranno sperimentare l’esperienza della detenzione in una cella carceraria, una breve esperienza multisensoriale, ma di grande impatto che sicuramente sarà fonte di riflessione e spunto di dibattito”. A proiettare i lecchesi “dietro le sbarre” saranno le ragazze della classe 3^B del liceo delle scienze umane dell’Istituto Bertacchi che hanno avuto la possibilità di conoscere la realtà di Bollate e Pescarenico in prima persona nell’ambito di un coinvolgente progetto di alternanza scuola-lavoro di cui sono parte anche gli elaborati – anche video – esposti in sala consiliare.
Dobbiamo ricordarci della centralità della persona” ha aggiunto l’assessore Piazza. Con un concetto ripreso anche dalla direttrice della Casa circondariale di Lecco Antonia D’Onofrio. “All’interno del carcere prima di tutto ci sono essere umani” ha affermato, con il suo intervento declinato al “noi” parlando a nome di tutti gli operatori della struttura, impegnanti con i detenuti – spesso giovanissimi e gravati anche da problemi come la tossicodipendenza – in un percorso molto difficile che inizia già dalla prime ore trascorse in cella, dopo anni sprecati magari “dietro a uno stile di vita che porta alla devianza e alla perdita della dignità”.
Proprio perché il carcere deve essere considerato come extrema ratio, significativo è stato anche il contributo di Stefania Scarpinato, responsabile dell’UEPE di Como, Lecco e Sondrio, l’ufficio per l’esecuzione esterna della pena che ha in carico 2000 persone, 400 delle quali residenti nella nostra provincia, avviate verso i lavori di pubblica utilità o alla messa alla prova. “Hanno una recidiva molto bassa. Chi sconta una pena alternativa ha la possibilità di stare a contatto con associazioni o realtà che permettono loro di vedere aspetti diversi della vita” ha detto, evidenziando come da figlia di magistrato e dopo aver conosciuto anche nella propria carriera lavorativa la realtà detentiva, sia convinta di come sia necessaria un nuovo tipo di giustizia riparativa. “Non avremo mai sicurezza senza un lavoro di questo tipo. Si ha l’illusione che il carcere sia sicurezza ma non è così”.